Resilienza, la capacità di resistere e perseverare per raggiungere i propri sogni

Resilienza, la capacità di resistere e perseverare per raggiungere i propri sogni

L’argomento principale dell'ultimo libro letto in studio - "Resisto dunque sono" di Pietro Trabucchi - riguarda una cruciale caratteristica umana che l'autore definisce "resilienza" e che noi potremmo tradurre, per una più immediata comprensione, in resistenza psicologica. Ogni essere umano possiede dentro di sé un dono, un insieme di risorse che ha ereditato dalla sua lunga evoluzione. La resilienza è tipica di coloro che non perdono mai la speranza e continuano a lottare contro le avversità.

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Ognuno di noi è naturalmente progettato per affrontare con successo difficoltà e stress. La resilienza è quindi la capacità di perseguire obiettivi sfidanti, fronteggiando le difficoltà in maniera efficace. E’ l’atteggiamento contrario rispetto a chi si arrende e perde la speranza o la sua motivazione ad andare oltre, superando dei limiti che, alla fine, sono solo nella sua mente.

La resilienza può essere migliorata nel corso del corso della propria vita. E' una vera e propria abilità, un habitus mentale. Questa balza subito all'occhio nel mondo dello sport, dove le difficoltà sono parecchie e chi si allena deve coniugare - se non è un professionista - gli impegni di lavoro e il tempo da dedicare alla famiglia con la sua passione. Tutto questo migliora in maniera esponenziale la sua capacità di gestire lo stress, rimanendo focalizzato sugli obiettivi che vuole conseguire.

Il successo sportivo è determinato da tre fattori: dalla dotazione genetica, dalla qualità e quantità dell’allenamento e dalle capacità psicologiche. Ogni atleta dovrebbe essere per prima cosa abile nel fronteggiare lo stress e solo in seconda battuta perfezionare la propria disciplina. Al contrario, i sistemi attuali di selezione dei talenti premiano solo il secondo aspetto e trascurano il primo, e questa è una delle ragioni della scarsità di campioni.

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La stessa cosa sta avvenendo in tutti i campi al di là di quello sportivo, come l'educazione e il lavoro. Questo fatto è gravissimo perché fa scoraggiare tutti coloro che non sembrano avere, a prima vista, capacità innate. Chiunque non abbia un talento dalla nascita, che si esprima in maniera naturale, non può avere successo. Questo è il messaggio che passa, ma che non è reale.

L'autore, e noi con lui, la pensiamo molto diversamente. Il successo deriva dalla nostra capacità di impegnarci, sopportare stress e disagi, affrontare le cose che ci preoccupano o che non vogliamo fare e formarci costantemente. E' una via più lunga e difficoltosa rispetto a quella vantata dagli estimatori dei talenti, ma ha un grande vantaggio: non ha un ticket d'ingresso esclusivo, perciò è accessibile a tutti. Basta avere il coraggio di bussare alla porta.

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Una frase del libro ci ha colpiti in particolare, ed è la seguente: “Se ce la metto tutta, non posso perdere. Forse non vincerò una medaglia d’oro, ma sicuramente vincerò la mia battaglia personale. E’ tutto qui“. Chi ha dei sogni deve crederci fino in fondo, perché questa è la sola chiave che ti porta in alto. Se riteniamo un obiettivo come impossibile da raggiungere, non lo realizzeremo mai. Attribuire i propri successi e insuccessi all’impegno o alla mancanza di impegno si è dimostrata la migliore strategia per ottenere i migliori risultati o gestire i problemi.

Le convinzioni di controllo producono un effetto fisico di mediazione allo stress: di fronte a un evento negativo, a un pericolo, se siamo convinti di poter controllare la situazione gli effetti dello stress sono meno dannosi, su ogni aspetto, a iniziare da quello fisico. Un basso senso di controllo genera al contrariò rigidità, ricerca di alibi, titubanza. Per allenare la resilienza bisogna saper incassare e stringere i denti, incamerare delusioni e sconfitte con la prospettiva di migliorarsi e perfezionarsi sempre più senza mollare mai, in vista di un costante risultato migliore, per se stessi e per la propria vita.

Eppure nel ricco occidente è raro trovare qualcuno capace di sopportare tutto questo: disagi, privazioni, fatiche non sono "cool" e le nuove generazioni hanno sempre più difficoltà a diventare resilienti. Quando entrano in contatto con la realtà, soprattutto al momento dell'ingresso nel mondo del lavoro, la delusione rispetto alle aspettative provoca un tracollo traumatico.

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Una volta i piccoli disagi venivano accettati serenamente, oggi si pretende che evaporino all'istante. L'idea che sia possibile convivere e andare avanti lo stesso in presenza di uno stato d'animo negativo è diventata impensabile. Il bambino è influenzato dall'adulto, condizionato dai mass media e dalla cultura sociale imperante, e quindi anche lui accetta meno lo stress.

Tempo fa la fatica, l'avere poche cose e il fare dei sacrifici ci insegnavano a dare il giusto valore alle cose. Ora questo non va più bene: bisogna avere tutto e subito, bisogna essere sempre al top, sempre felici, sempre sereni e così via. Ma questo non è possibile nella vita reale, da qui scattano tutte le malattie sociali e psicologiche che affliggono la società moderna.

Bisogna quindi accettare che esiste il negativo e allo stesso tempo tendere sempre verso la speranza, sia nelle proprie capacità che nel futuro. Le due cose sono uno la diretta conseguenza dell'altro. Se metteremo forza e impegno nel migliorarci, di sicuro staremo costruendo un futuro migliore rispetto alla nostra attuale condizione. Il lamentarsi o il lasciarsi andare non sono soluzioni, ci lasciano a crogiolare nell'autocommiserazione e questo fatto è devastante, soprattutto se diventa un'abitudine mentale.

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Questo imprinting negativo parte fin dalla più tenera età, in famiglia. Oramai, nel mondo occidentale, un bimbo su cinque soffre di obesità e passa in media quattro ore al giorno attaccato al televisore, alla playstation o al computer. Questa sovraesposizione di stimoli virtuali esercita effetti devastanti sul cervello e sul comportamento, diminuendo la capacità di prestare attenzione al mondo esterno. Progressivamente il soggetto diventa sempre più incapace di rapportarsi con gli altri e con la realtà. Spesso sono i genitori che, abdicando al loro ruolo di primi insegnanti e formatori,  mollano i propri figli davanti ad uno schermo perché "non facciano casino". Peggio ancora, magari li tengono in casa per paura che si facciano male, si sporchino o "facciano brutti incontri".

Una soluzione ottimale - anche in questo caso più impegnativa - è invece quella di portarli all'aperto, lasciarli liberi di fare e di sbagliare, spingerli a rapportarsi con bambini e ragazzi della loro età, invogliarli a fare sport, a coltivare hobbies o perfezionare capacità che serviranno loro in futuro - come studiare una lingua straniera o uno strumento musicale, tutte attività che stimolano e disciplinano la mente -.

Bisogna perciò curare la resilienza, sia propria che di chi ci sta vicino, come una vera e propria abilità. Nessun mezzo o strumento è miracoloso di per  sé e assicura risultati senza applicazione e dedizione. Da questo deriva la forza che ci permette di affrontare la vita di petto, senza timore e con la consapevolezza giusta.

Giuseppe Massaiu e Laura Sanna